sexta-feira, 1 de julho de 2022

THE JOY THAT DOES NOT DISAPPOINT

 

Reflection starting from Is 66: 10-14; Gal 6: 14-18; Lk 10: 1-12




     What summarizes the message of these texts is the certainty that we are not only on a mission but that we are also a mission on this earth. It is not our merit but pure gratuitousness of the one who called and sent us for our salvation and that of others. To be a missionary is to be called to joy and it is conditioned by fidelity to the faithful God. “He wants to mould the heart of his Son in us” and for this he wants us to be available and generous.

    Using motherly language, Isaiah makes an invitation to joy because of what the Lord is about to accomplish in the life of his people. The constant presence of God among his people overcomes moments of discomfort and disappointment by opening up spaces for hope and joy even if everything seems lost. Like this people, we too are asked to have tireless trust in the Lord's action because the One who promises is always faithful.

    The second reading presents a great controversy: some Judeo-Christians, who still remained tied to their Jewish traditions, wanted to force the pagans to be circumcised like them. For this reason, Paul says that if we consider thus we make the cross of Christ useless. Through the cross Christ conquered death and the old world was also crucified! We are new creatures. It is our turn            to live as resurrected ones, abandoning the old attitudes, the old mentality, everything that contradicts our new condition.

    The Gospel passage speaks us that Jesus in addition to the apostles calls and sends another 72 people to evangelize. This number, in the Old Testament was a symbol of the totality of nations and indicates the universality of the mission, that is, evangelization is not only the task of priests and sisters (nuns) but involves everyone. Jesus sends them two by two, placing community experience and relationship at the center of their activity. Mission is a commitment that one cannot carry on alone. We need community support for the success of our mission.

    The disciples must be people of prayer as a founding experience, that is, as the basis that maintains the edifice of their existence. They must be aware that the harvest has his owner, that is a good and generous Father, who knows the needs of his children before they ask him for anything. Using the word harvest, Jesus mentions the importance of recognising the values of every place where we arrive because the Holy Spirit has preceded us with the seeds of the eternal Word. So, you don't go out of a garden towards a desert, but from one garden to another.

    God doesn't need our prayer; it is we who need to pray because when we pray we grow in the awareness of being much loved children and disciples; we become what we already are by vocation. The disciples are like lambs in the midst of wolves, because they are called to embody the logic of the true Lamb, the One who takes away the sins of the world because he is able to give his own life for his friends. It is in this logic - of love, of self-giving - that their life finds its true meaning.

    Among the concerns of Jesus there is also the problem of material things in which we trust so much for the realization of some activities. Jesus asks us for prudence, sobriety, detachment from these false securities which at times overshadow Providence, that is, they tend to occupy the place in our life that belongs to God. Confident abandonment to Providence must be the distinctive  of the true disciple -missionary and becomes a prophetic announcement of God's love and care for his children. Living in superabundance jeopardizes the credibility of the message we carry by being an obstacle to the faith of others.

     The disciples returned full of joy because they have been successful in the mission, especially towards the demons who have submitted to them because of the name of Jesus. But the master calls attention to this kind of joy that can delude us. True joy does not come from success for a work done or for becoming famous and popular in this world. The glory of this world is always fleeting. True joy consists in being welcomed by the Father as beloved children and participating in the mission of the Son, sharing his own life. May we be conformed to life of the one who we are called to announce with our life and also with our words.


Fr Ndega

LA GIOIA CHE NON DELUDE

 

Riflessione a partire di Is 66, 10-14; Gal 6, 14-18; Lc 10, 1-12


 

    Quello che riassume il messaggio di questi testi è la certezza che non solo stiamo in missione ma che siamo anche una missione su questa terra. Non è merito nostro ma pura gratuità di colui che ci ha chiamati ed inviati per la salvezza nostra e altrui. Essere missionario è essere chiamato alla gioia, condizionata dalla fedeltà al Dio fedele. “Egli vuole plasmare in noi il cuore del suo Figlio” e per questo ci vuole disponibili e generosi.

    Usando un linguaggio materno, Isaia fa un invito alla gioia a motivo di quello che il Signore sta per compiere nella vita del suo popolo. La presenza costante di Dio in mezzo al suo popolo fa superare i momenti di disagio e delusione aprendo spazi alla speranza e alla gioia anche se tutto sembra perduto. Come a questo popolo, anche a noi viene chiesta una instancabile fiducia nell’azione del Signore, perché è sempre fedele Colui che promette.

    La seconda lettura presenta una grande polemica: alcuni giudeo-cristiani, che rimanevano ancora legati alle loro tradizioni giudaiche, volevano costringere i pagani ad essere circoncisi come loro. Per questo motivo Paolo dice che se giudichiamo in questo modo, rendiamo vana la croce di Cristo. Tramite la croce, Cristo ha vinto la morte e anche il mondo vecchio è stato crocifisso! Siamo creature nuove. Tocca a noi vivere da risorti, abbandonando i vecchi atteggiamenti, la vecchia mentalità, tutto ciò che contraddice la nostra nuova condizione.

Il brano del Vangelo ci presenta Gesù che oltre gli apostoli chiama ed invia altre 72 persone ad evangelizzare. Questo numero, nell’Antico Testamento era simbolo della totalità delle nazioni e indica l’universalità della missione, cioè, l’evangelizzazione non è compito solo dei preti e suore ma coinvolge tutti. Gesù li manda a due a due mettendo al centro della loro attività l’esperienza comunitaria, la relazione. La missione è un impegno che non si assume da soli. Abbiamo bisogno del supporto comunitario per l’esito della nostra missione.

I discepoli devono essere persone di preghiera come esperienza fondante, cioè, come base che mantiene l’edificio della loro esistenza. Devono essere consapevoli che la messe ha il suo padrone, un Padre buono e generoso, che sa dei bisogni dei suoi figli prima che gli chiedano qualcosa. Usando la parola “messe” Gesù accenna all’importanza di valorizzare ogni luogo dove si arriva poiché ci ha preceduto lo Spirito Santo con i semi della Parola eterna. Quindi, non si esce da un giardino verso un deserto, ma da un giardino all’altro. “Messe vuol dire terreno fertile”.

Dio non ha bisogno della nostra preghiera; siamo noi che abbiamo bisogno di pregare poiché quando preghiamo cresciamo nella consapevolezza di essere figli e discepoli molto amati; diventiamo quello che già siamo per vocazione. I discepoli sono come agnelli in mezzo a lupi, perché sono chiamati a incarnare la logica del vero Agnello, Colui che toglie i peccati del mondo perché è in grado di donare la propria vita per i suoi amici. È in questa logica – dell’amore, del dono di sé - che la loro vita trova il suo vero senso. Missione è darsi, è donarsi.

Tra le preoccupazioni di Gesù c’è anche il problema delle cose materiali di cui ci fidiamo tanto per la realizzazione di alcune attività. Gesù ci chiede prudenza, sobrietà, distacco nei confronti di queste false sicurezze che a volte fanno ombra alla Provvidenza, cioè, tendono a occupare nella nostra vita il posto che appartiene a Dio. L’abbandono fiducioso alla Provvidenza deve essere il distintivo del vero discepolo-missionario e diventa un annuncio profetico dell’amore e della cura di Dio per i suoi figli. Vivere in sovrabbondanza mette a rischio la credibilità del messaggio che portiamo essendo ostacolo alla fede altrui.

 I discepoli tornano pieni di gioia perché hanno avuto successo nella missione, specie nei confronti dei demoni che si sono sottomessi a loro a motivo del nome di Gesù. Ma il maestro chiede attenzione riguardo questo tipo di gioia che ci può illudere. La vera gioia non viene dal successo per un’opera fatta o per il diventare famosi e popolari in questo mondo. La gloria di questo mondo è sempre passeggera. La vera gioia consiste nell’essere accolti dal Padre come figli amati e partecipare alla missione del Figlio, condividendo la sua stessa vita. Che possiamo essere conformati alla vita di colui che siamo chiamati ad annunciare con la vita ancor prima che con le parole.  


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

sábado, 25 de junho de 2022

LE CONDIZIONI PER SEGUIRE GESÙ

Riflessione da Lc 9, 51-62




     Dopo che Pietro ha riconosciuto Gesù come Cristo, cioè il Messia di Dio, Gesù ha invitato tutti e dodici a seguirlo nella donazione che farà della sua vita affinché possano ottenere gioia piena. Egli si è reso conto che avevano bisogno di conoscere di più il senso della sua scelta messianica e di comprendere bene la sua proposta. Per questo ha approfittato del viaggio verso Gerusalemme per insegnare loro molte cose, soprattutto sul modo alternativo di agire quando la persona viene rifiutata.

    Il viaggio verso Gerusalemme non si tratta solo di un viaggio fisico; esso ha un profondo senso teologico. All'inizio di questo brano si dice che “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo...” Dunque, la salita a Gerusalemme si tratta del ritorno al Padre; è un riferimento all’ascensione. Lui sa che questa città è luogo di uccisioni di profeti, in segno di resistenza agli appelli di Dio, tuttavia è risoluto nella sua decisione di andarci. Con questo vuole che si compia la volontà di Dio. In altre parole, andrà a compiere definitivamente la sua opera.

    In questo cammino verso Gerusalemme Gesù guida i suoi discepoli sulla via della riconciliazione e della pace, così com’è stata tutta la sua attività apostolica. Per questo non ha approvato la proposta dei discepoli Giacomo e Giovanni di invocare il fuoco dal cielo per distruggere completamente quella regione a causa della resistenza dei samaritani nei loro confronti. Davanti a situazioni così, Gesù ha sempre un’altra via da proporre: rispettare la loro decisione e andare in un altro villaggio. Per noi che vogliamo risolvere tutto d'impulso non sarà mai facile seguire Gesù.

    Alcuni versetti prima del presente brano presentano tre condizioni fondamentali per seguire fedelmente Gesù, vale a dire: “Rinunciare a sé stessi, portare la croce quotidiana e seguire Gesù”. Nel testo di oggi le condizioni continuano nella stessa direzione, ma ora sono come consigli. Gesù non vuole imbrogliare o ingannare i discepoli con promesse prive di significato o fondamento. Egli è molto chiaro nelle sue proposte. Rispetta la libertà di ogni persona, però non si può seguirlo in qualsiasi modo. Ci sono delle condizioni, altrimenti non sarebbe possibile seguirlo con fedeltà.

    A partire dalla reazione di Gesù riguardo l’atteggiamento dei discepoli, capiamo che seguire Gesù è vivere e agire in un modo diverso. Colui che ha fatto una esperienza vera di Cristo e si sente cambiato non considera che la sua vecchia condizione ha lo stesso valore di prima; guardare indietro lamentandosi per quello che ha lasciato vuol dire negare il valore della sua nuova condizione. La rinuncia e il distacco non sono la cosa più importante nella sequela di Cristo ma sono fondamentali perché si possa accogliere nella libertà ciò che è più importante: i piani di Dio sulla nostra vita.

    Le condizioni proposte da Gesù non sono un attentato alla libertà ma la via per viverla veramente. La nostra idea di libertà è quella di fare quello che vogliamo, però se i nostri criteri sono contro il vangelo non possiamo dire che siamo veramente liberi. “Come discepoli, noi cristiani possiamo mancare di pazienza e disprezzare le persone di altre Chiese, religioni e fede. Come gli ebrei e i samaritani, i cristiani… possono provare grande odio o risentimento tra loro… Ma questa non è la direzione di Gesù”. Tutto posso, ma non tutto conviene alla mia condizione di discepolo.

    Dall'esempio di Gesù, chiamato anche l’uomo della non-violenza, l'unico modo per vincere la violenza è rispondere con gesti di bontà. Gesù vuole che i nostri atteggiamenti superino la tendenza della società alla vendetta e alla violenza. Ancora oggi sentiamo molto attuali le sue parole: “tra voi non sia così”. Questo è un programma di vita! Quando agiamo per impulso, soltanto reagiamo, consegnando il controllo del nostro comportamento a qualcun altro. Gesù ci aiuta a capire che il male non può rimuovere il male, ma solo la bontà può farlo. Che possiamo imparare da lui ad affrontare con coraggio le avversità della vita senza perdere la tenerezza nei confronti degli altri.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi


sexta-feira, 17 de junho de 2022

VITA FATTA DONO PER GLI ALTRI

 

Riflessione a partire da Gn 14, 18-20; 1Cor 11, 23-26; Lc 9,11b-17




     Celebriamo oggi la festa del Corpo e Sangue di Cristo, la festa popolare dell’Eucaristia. Diversamente dal Giovedì Santo in cui abbiamo un clima più di raccoglimento e riflessione, oggi è un giorno di festa e di intensa gioia in cui esprimiamo pubblicamente la nostra fede nell’Eucaristia, presenza reale di Gesù tra noi.

    Il Concilio Vaticano II definisce l’Eucaristia come “Sorgente e finalità di tutta la vita e missione della Chiesa”. Le letture parlano della relazione che esiste tra Eucaristia e Vita, tra il Pane che è Cristo e il pane che alimenta il corpo. Non è possibile entrare in comunione con il Corpo del Signore senza vivere la fraternità, la solidarietà e la condivisione. 

    La prima Lettura ci presenta la figura del re e sacerdote Melchisedek, che offre pane e vino, benedicendo Abramo nel nome del Signore. Questo sacerdote è considerato figura di Cristo sommo ed eterno sacerdote. Anche se appartiene a un popolo diverso da quello di Abramo, ha saputo accoglierlo, condividere, sentirsi fratello. Questa è l'esperienza di fraternità che ogni Eucaristia ci fa vivere.

    Nella seconda Lettura Paolo racconta l’Istituzione dell’Eucaristia, facendo memoria del grande dono fatto dal Signore mentre mangiava con i suoi in un clima di famiglia, di intimità, di confidenza e di accoglienza. Tutti questi valori erano incompatibili con le discordie e divisioni che la comunità di Corinto stava affrontando. Dobbiamo stare attenti perché il nostro modo di comportarci nel quotidiano non sia una negazione del Cristo che celebriamo e riceviamo nell’Eucaristia.

    Nel Vangelo ci viene presentata la moltiplicazione dei pani e dei pesci secondo Luca. Con il suo racconto, l’evangelista ci spiega cosa significa ‘spezzare il pane’ nel giorno del Signore. Quello che richiama la nostra attenzione all’inizio del brano è che Gesù accoglie le folle e annuncia loro il Regno di Dio con parole e gesti. Le parole di Gesù sono “la risposta di Dio al bisogno di pienezza che ognuno si porta dentro”; e i suoi gesti agiscono per sanare, per guarire per donare vita nuova.

    Gesù condanna l’indifferenza dei discepoli che gli consigliano di congedare la gente affinché provveda per proprio conto a procurarsi il cibo. La risposta di Gesù: ‘Voi stessi date loro da mangiare’ non indica soltanto dare qualcosa affinché il popolo possa mangiare ma anche un darsi da fare, un mettere la propria vita in gioco, farsi dono per gli altri, come Gesù fa. Così ogni persona che mangia Gesù diventa a sua volta eucaristia, cioè, dono per gli altri. Il vero miracolo non è la moltiplicazione ma la condivisione perché con Gesù non si impara a moltiplicare pani ma a condividere con i fratelli quello che si ha e quello che si è.

     Celebrare l’Eucaristia è accogliere Gesù ed essere trasformati in colui che riceviamo. Questo ci fa superare ogni indifferenza riguardo gli altri. Che senso avrebbe il condividere il pane eucaristico in chiesa senza la disponibilità a condividere il pane materiale nel quotidiano? “Attraverso la condivisione del pane si risolve il problema della fame. Finché le persone trattengono i doni per sé, c’è l’ingiustizia e c’è la fame; quando quello che si ha non si considera esclusivamente proprio ma lo si condivide per moltiplicare l’azione creatrice del Padre si crea la sazietà, si crea l'abbondanza”. Che la celebrazione del Corpo e il Sangue del Signore ci motivi ad essere quello che siamo chiamati a vivere: “un solo corpo veramente unito nel quale tutte le divisioni siano superate”.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

VIDA FEITA DOM PARA OS DEMAIS

 

Reflexão a partir de Gn 14, 18-20; 1Cor 11, 23-26; Lc 9, 11b-17  




     Celebramos hoje a festa do Corpo e Sangue de Cristo, a festa popular da Eucaristia. Diferentemente de Quinta Feira Santa, que traz um tom de recolhimento e reflexão, hoje é um dia de festa e de intensa alegria em que expressamos publicamente a nossa fé na Eucaristia, presença real de Jesus entre nós.

    O Concilio Vaticano II define a Eucaristia como “fonte e finalidade de toda a vida e missão da Igreja”. As leituras que escutamos falam da intima relação que existe entre Eucaristia e Vida, entre o Pão que é Cristo e o pão que alimenta o corpo. Não é possível entrar em comunhão com o Corpo do Senhor sem viver a fraternidade, a solidariedade e a partilha.

    A primeira Leitura nos traz a figura do rei e Sacerdote Melquisedec que oferece pão e vinho abençoando Abraão em nome do Senhor. Este sacerdote é considerado uma figura de Cristo sumo e eterno sacerdote. Mesmo sendo de um povo diferente do de Abraão, soube acolher-lo, partilhar... sentir-se irmão... sentir-se próximo. Esta é a experiência que cada Eucaristia nos faz viver.

    Na segunda Leitura, Paulo narra a Instituição da Eucaristia, fazendo memória do grande dom oferecido pelo Senhor, enquanto comia com os seus em um clima de família, de intimidade, de confidência e acolhida. Todos esses valores eram incompatíveis com as discórdias e divisões que haviam na comunidade de Corinto. Devemos estar atentos para que o nosso modo de se comportar na vida diária não seja uma negação do Cristo que celebramos e recebemos na Eucaristia.

    No Evangelho, temos a multiplicação dos pães e dos peixes, segundo Lucas. A intenção do evangelista, ao narrar este texto, é explicar o que significa "partir o pão" no dia do Senhor. Aquilo que chama a nossa atenção logo no início do texto é que Jesus acolhe as multidões lhes anuncia o Reino com palavras e gestos. “As palavras de Jesus são a resposta de Deus as necessidades de plenitude que cada um carrega dentro de si”; e diante das enfermidades, o seu gesto cura, doa vida nova.

    Jesus condena a indiferença dos discípulos que lhe aconselham a despedir o povo para que se virem, se arranjem. A resposta de Jesus: "Dai-lhes vós mesmos de comer..." não indica somente um dar alguma coisa para o povo comer, mas um dar-se continuamente, um interessar-se pela vida dos irmãos e irmãs, como o próprio Jesus faz. Toda pessoa que dele come é chamada a se transformar em Eucaristia, isto é, dom para os outros. O verdadeiro milagre não é a multiplicação mas a partilha pois com Jesus não se aprende a multiplicar pães, mas a partilhar com os irmãos o que se tem e o que se é. 

     Celebrar verdadeiramente a Eucaristia é acolher Jesus e ser transformados naquele que recebemos. Isso nos faz superar as distâncias entre nós e toda indiferença diante das necessidades alheias. Que sentido teria partilhar o pão eucairistico na igreja sem a disposição de partilhar o pão material no quotidiano? “Através da partilha do pão se resolve o problema da fome. Enquanto as pessoas acumulam para si mesmas os dons, tem injustiça e tem fome. Quando aquilo que se tem não se considera exclusivamente seu, mas o partilha para multiplicar a ação criadora do Pai, então se gera saciedade e abundância”. Deixemos que a celebração do Corpo e Sangue de Cristo nos motive a ser aquilo que somos chamados a viver: “um só corpo bem unido no qual todas as divisões sejam superadas”.


Fr Ndega

sábado, 11 de junho de 2022

“DIO È TRINITÀ PERCHÉ È AMORE”

 

Prv 8, 22-31; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15


 

    Vogliamo riflettere sul mistero della Santissima Trinità. Trattasi della relazione di comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Un unico Dio in tre Persone. È una comunione d’amore perché Dio è amore. L’amore è l’identità di Dio. Così, “Dio è Trinità, perché è amore” (L. C. Susin).

    Dio è unico ma non vive da solo perché ha voluto essere e vivere in comunione. Tutta la creazione scaturisce dal suo essere e dal suo mistero di amore. Tutte le creature sono chiamate a entrare in questa dinamica d’amore che è la Trinità, ed essere manifestazione della sua bontà. Lodiamo Dio per la sua comunione d’amore, dicendo Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo...

    Quando facciamo il segno della croce, cioè, “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, parliamo dell’identità di Dio ed esprimiamo il nostro senso di appartenenza a Lui, che è presente in noi e in ogni luogo; Egli è sopra tutti e in tutti. Egli si rivela a tutti e si fa incontrare da tutti, ma continua ad essere un mistero perché non c'è nulla che possa imporre limiti al suo essere.

    Secondo S. Agostino, “Dio è tanto inesauribile che quando è trovato è ancora tutto da trovare”. Quando Egli si rivela, si dà totalmente, ma non siamo in grado di assimilare tutto. Esiste un racconto sul sopraccitato santo che ci aiuta a riflettere sulla Trinità come un mistero non da essere capito ma accolto. Più ci apriamo a questo mistero più possiamo sentire la sua azione in noi.

     “Un giorno Sant’Agostino stava camminando sulla riva del mare, interrogandosi sul mistero della Santissima Trinità. Si domandava: “come Dio può essere uno e trino allo stesso tempo?” Improvvisamente, vide un bambino piccolo che faceva un buco nella sabbia e correva verso il mare, prendeva un po’ d’acqua e la metteva nel buco. Dopo aver osservato questo movimento del bambino per un po’ di tempo, Agostino decise di chiedergli il significato di quel gioco. Questi rispose dicendo: “Io cerco di mettere tutta quell’acqua in questo piccolo buco”. Molto stupito, Agostino disse: “Questo è impossibile!”. Allora il bambino gli disse: “E’ più facile per me mettere tutta quell’acqua in questo buco che tu possa capire il mistero della Santissima Trinità”. Alla fine, il bambino scomparve e S. Agostino domandò a sé stesso: ‘Quel bambino non era forse un angelo?!’”

    Nella lettura del libro dei Proverbi la sapienza viene personificata. Essa si autodefinisce come prima creatura di Dio e allo stesso tempo la sua collaboratrice nella creazione di tutto ciò che esiste. È nella persona di Gesù, Verbo eterno del Padre, che questa sapienza trova il suo culmine e visibilità. Ella si rivela nel nostro quotidiano attraverso la Parola e i suggerimenti dello Spirito con dei segni molto concreti. L’apertura e docilità ad essa sono le condizioni per le scelte giuste e per la felicità.

    La seconda lettura riprende la realtà che abbiamo riflettuto la settimana scorsa, vale a dire: abbiamo ricevuto lo Spirito che ci rendi figli. L’azione dello Spirito in noi conferma la nostra filiazione divina, cioè, la nostra partecipazione alla stessa vita di Gesù e quindi, alla stessa comunione che Egli vive con il Padre e lo Spirito, comunione del Dio che non sa fare altra cosa eccetto amare.

    Quando Gesù rivela ai discepoli l’intima comunione trinitaria non vuole dare delle informazioni per mantenere occupata la loro mente, vuole coinvolgerli in un rapporto di amore, fondamentale per la loro identità e missione. Saranno loro a rendere visibile la sua presenza nel mondo e, quindi, hanno bisogno di una guida sicura affinché la verità insegnata dal maestro non venga meno in mezzo alle tante difficoltà che sicuramente troveranno lungo il loro cammino.

    La guida sicura di cui hanno bisogno è lo Spirito Santo che in questo brano viene chiamato Spirito della verità, non perché porterà una verità nuova nel mondo ma perché guiderà i discepoli alla comprensione della verità rivelata da Gesù. In altre parole, la funzione specifica dello Spirito Santo “consiste nel far capire e far vivere la parola di Gesù, rendendola operante nella vita dei discepoli”. Per quest’opera Lui riceverà dal Figlio i beni della salvezza, che hanno la loro origine nel Padre. Il fine è sempre quello di rendere accessibile a tutti quello che è stato preparato per tutti, suscitando, così, la fede in Gesù, salvezza di Dio per il mondo.

    Il messaggio sulla comunione trinitaria è il grande contributo che il cristianesimo offre alla nostra società che si lascia spesso condurre dall’individualismo e dalla competizione, che distruggono le relazioni. Per non essere ingoiati da questa mentalità bisogna che rimaniamo uniti a Cristo, secondo il desiderio che ha manifestato nella sua preghiera: “Che siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te; siano anch’essi in noi, affinché il mondo creda”. Nell’intimità della nostra relazione con il Figlio, sentiamo anche in noi l’azione del Padre e dello Spirito. La nostra esperienza di Gesù nell’Eucaristia è un’esperienza della Santissima Trinità; Egli è in mezzo a noi e dentro di noi. Egli stesso ci unisce a sé, ci unisce tra di noi e così viviamo a partire da Lui, a partire dall’amore della Trinità.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

sexta-feira, 3 de junho de 2022

LA COSTANTE EFUSIONE DELLA FORZA DALL’ALTO

 

Riflessione a partire da Atti 2,1-11; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16. 23-26

 



    Celebriamo la solennità di Pentecoste che all’inizio era soltanto una festa cananea in cui si celebrava la festa della mietitura. Gli ebrei l’hanno assunta come una occasione propizia per offrire a Dio le primizie del raccolto; celebravano anche il dono della Legge a Mosè sul Sinai.

    Per i cristiani, Pentecoste è celebrazione della venuta dello Spirito Santo che fa nascere la Chiesa aperta al mondo e quindi missionaria nella sua origine. Questa solennità conferma che lo Spirito Santo è presente non solo nella Chiesa in quanto Istituzione, ma dimora anche in ciascuno di noi, suoi membri. Egli è lo Spirito di consolazione per coloro che sentono l’assenza fisica di Gesù. È lo Spirito di forza per coloro che hanno bisogno di coraggio per testimoniare le meraviglie di Dio.

    Nel primo brano, vediamo che durante un momento di preghiera, gli apostoli insieme con Maria e le altre donne ricevono la Forza dall’alto promessa da Gesù. Proprio durante la Pentecoste in cui i Giudei celebrano la consegna della Torah, Luca racconta che all’improvviso, lo Spirito Santo scende consegnando i suoi doni. Dio fa così, un nuovo patto con il nuovo popolo. Per i discepoli è stata una nuova creazione. Le lingue di fuoco sono simbolo dell’amore per mezzo del quale lo Spirito rinnova tutta la faccia della terra, facendo in modo che tutti i popoli diventino un’unica famiglia.

    “Lo Spirito di Dio abita in voi”, ci dice San Paolo nella seconda Lettura. Ecco perché non siamo sotto il dominio della carne, del male e del peccato. Ecco perché possiamo piacere a Dio in ogni cosa. Abbiamo ricevuto uno spirito di libertà che ci rende figli. Con i suoi suggerimenti nell’intimo del nostro essere, ci fa vivere un rapporto filiale con Dio Abbà, Padre. È questo Spirito che ci fa appartenere a Cristo come membra del suo corpo, accogliendo gli altri da fratelli. Anche se siamo diversi tra noi, per mezzo di questo stesso Spirito formiamo un’unità per il bene e l’edificazione di tutto il corpo di Cristo.

    Gesù si riferisce allo Spirito chiamandolo “un altro paraclito”. Ciò vuol dire che c’è già stato un primo, vale a dire, lo stesso Gesù. E cosa voleva significare con questa parola? Una volta si traduceva come Consolatore, ma vuol dire qualcosa in più: significa anche Difensore, Protettore, Avvocato. Questa Forza, non ci può mancare in nessun momento. Infatti è stata donata dall’alto per stare sempre con noi; è una effusione costante alla comunità dei discepoli di Gesù. Tramite questo dono siamo in grado di riconoscere la sua presenza in mezzo a noi.

    Lo Spirito ci viene donato perché possiamo rinascere e avere la forza di compiere meraviglie nel nome di Gesù. È questo ciò che significa “appartenere a Cristo”, secondo San Paolo. Se nell’avvenimento della Pentecoste lo Spirito Santo è sceso su ognuno dei primi discepoli, egli ha continuato il suo lavoro nella vita di coloro che hanno seguito e seguono Gesù per tutte le generazioni. Nel nostro caso, abbiamo ricevuto questo Spirito fin dal nostro battesimo. L’accoglienza è personale, ma questa esperienza è vissuta in comunità e per la comunità. In poche parole, “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”.

    Ogni battezzato porta lo Spirito dentro di sé, in vista di una grande opera. Anche se non lo percepiamo siamo guidati dallo Spirito Santo in ogni momento. Egli ha ricevuto la missione di rimanere con noi, per sempre. Se anche io non sono con Lui, Lui rimane con me. Se anche lo dimenticassi, Lui non mi dimenticherà. Lo Spirito ha l’importante compito di ricordarci tutto ciò che Gesù ha detto, e insegnarci ad applicarlo nella nostra realtà così bisognosa di cambiamento. Quindi, non ci saranno nuove rivelazioni ma un fare memoria di quello che dobbiamo vivere come discepoli di Gesù.  Significa che non saremo in grado di compiere niente di buono se lo Spirito non ce lo suggerisce.

    È tempo di incarnare il vangelo per generare vita negli ambienti dove ci troviamo e non saremo mai in grado di farlo senza l’aiuto dello Spirito, che sta al nostro servizio ma che non può essere controllato da noi. È importante sottolineare che lo Spirito non è mai invadente; anche se Egli soffia dove vuole, ha bisogno del nostro permesso per intervenire nella nostra vita. Per questo, cerchiamo di essere docili senza stancarci mai dei suoi gemiti, dei suoi suggerimenti, dei suoi tocchi. Insomma, lasciamolo lavorare e prepariamoci per le sorprese di Dio! Diciamo: Vieni Spirito Santo!

 

Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi