sábado, 10 de outubro de 2020

C’È ANCORA POSTO

 

Riflessione su Is 25, 6-10a; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22, 1-14


 

       Il banchetto sempre porta con sé l’idea di familiarità, di convivialità, di intimità, di celebrazione. È un momento particolare in cui le persone condividono cibi ma anche le situazioni della vita e sentono crescere la fratellanza tra di loro. La condivisione e la fraternità che si sperimentano nel banchetto superano ogni divisione e idee egoiste che portano le persone a pensare solo a se stesse oppure a voler accumulare per sé ciò che appartiene a tutti.  Banchetto è festa e gioia che si condivide e che ci porta a una sensazione di una vita senza fine. È questa l’esperienza su cui ci fa riflettere la Parola di Dio di oggi.

       Nella prima lettura il profeta annuncia che Dio offrirà un banchetto a tutti i popoli, attirando tutti al suo monte, cioè, a se stesso, strappando il velo che separava i popoli tra di loro e nel rapporto con Dio. Quando qualcuno invita a un banchetto ha sempre qualcosa da comunicare. In questo caso, Dio ha preso l’iniziativa dell’invito perché vuole condividere la sua gioia e comunicare la sua salvezza. Il suo desiderio è che tutti i popoli possano ascoltare la sua voce e lasciarsi condurre da suo Spirito a una totale unità e solidarietà. Queste sono le condizioni per sperimentare la vita che egli offre a tutti.

       Solo quando si vive un rapporto intenso con Dio si può testimoniare agli altri. Nella seconda lettura San Paolo ribadisce che essere debole non è un problema, anzi, è la soluzione; questa è la condizione necessaria per fare l’esperienza della forza divina. San Giovani Calabria diceva: “Zero e miseria sono buone condizioni… Dio non sa cosa fare con gli orgogliosi, anzi li allontana da sé”. Se è Dio la forza di cui abbiamo bisogno, allora dobbiamo fidarci di lui. Ogni giorno è un invito a uno svuotamento e consegna di noi stessi.

       Nel vangelo Gesù continua il suo insegnamento con parabole. Questa è la quinta parabola di seguito. Ricordiamo che la prima è stata quella del padrone misericordioso e del servo impietoso, simbolo del Dio che perdona oltre le nostre colpe; la seconda parlava del padrone della vigna che è uscito a cercare lavoratori e paga ugualmente tutti perché la misura non è quanto si fa, ma la bontà e la generosità di Dio; la terza, in una famiglia il papà chiese aiuto ai due figli, ma solo uno ha fatto la volontà del padre. Così, non basta dire di sì alla chiamata divina, bisogna perseverare nel sì fino in fondo. Nella domenica scorsa il padrone del terreno piantò la vigna, si prese cura di essa e la diede in affitto a dei contadini; così Dio affida a noi i suoi doni e aspetta buoni risultati, cioè, corrispondenza.

       Nella parabola di oggi, Gesù paragona il regno a un banchetto, come abbiamo sentito nella prima lettura. Il re invita la gente alla festa di nozze del suo Figlio e vuole che ciascuno prenda l’impegno liberamente. Sembra che proprio per questo ognuno inventi una scusa per non andare alla festa anche di fronte all’insistenza del re. Allora il re allarga l’invito alle altre persone perché i primi non erano degni di quella festa. Alla fine del brano c`è una scena drammatica che sembra togliere lo splendore della festa, vale a dire, qualcuno è impedito a partecipare integralmente perché non ha indossato la veste propria della festa. Questa seconda parte è una seconda parabola, cioè, non fa parte della prima. 

      L’invito che questo re fa traduce l’intenzione di Dio sull’umanità. La missione redentrice del suo Figlio è come una festa di nozze. L’offerta salvifica è fatta a tutti. Il popolo della antica alleanza è stato il primo ma non l’unico. Altri popoli che erano considerati fuori della ‘portata salvifica’ hanno accolto bene l’invito a partecipare al banchetto del Figlio di Dio. Per noi questo banchetto è l’Eucaristia. È proprio Dio che ci invita e ci serve con tutto il suo amore. Egli non vuole che nessuno sia fuori, ma la risposta dipende da ognuno. Davanti alla generosità e gratuità divina siamo invitati a rispondere con la totalità della nostra vita. Le nostre preoccupazioni e interessi personali devono rimanere in secondo piano. Dio continuerà a chiamare anche se la nostra risposta non sempre è secondo la sua aspettativa. La nostra difficoltà di rispondere all’invito di Dio non mette limite alla sua bontà e generosità.

       In Gesù, Dio ci invita a partecipare alla sua stessa vita ma sa che sono molte le scuse a causa delle scelte che facciamo. Colui che invita aspetta sempre una risposta che sia secondo la chiamata perché egli stesso ci rende capaci di farlo. Però nella parabola, colui che non vestiva la veste delle nozze dimostrò di non essere ancora pronto per partecipare al banchetto. Così molti di noi rispondiamo di sì, ma non perseveriamo in questo sì, non riusciamo a vivere in comunità e a contribuire alla sua crescita. Allora, non basta accogliere l’invito di andare al banchetto, bisogna entrare nella logica del banchetto e di colui che offre il banchetto, cioè, la logica del dono, della consegna di sé, di sentirsi comunione con gli altri. Questo è il ‘già’ del Regno come aperitivo della gioia senza fine che proveremo nel banchetto del Regno definitivo, nella sua dimensione di ‘non ancora’.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi 

sábado, 18 de julho de 2020

"ODIARE GLI ERRORI MA AMARE CHI ERRA"


Riflessione su Sap 12, 13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13, 24-43



 

     Come abbiamo riflettuto la settimana scorsa, tra quattro tipi di terreni, uno solo è nelle condizioni per accogliere il buon seme e generare frutto. Il buon seme è la parola di Dio che ha la forza in sé per generare nuova vita là dove è accolta. Secondo il brano del Vangelo di oggi, se il terreno è buono, può accogliere anche la zizzania. Ciò significa che i segni di morte possiamo trovarli anche là dove ci sono i segni di vita. Questo mette in luce che anche se il cuore è buono può portare la semente del male, cioè, può avere cattiva tendenza. Il nemico di Dio agirà sempre per impedire che i suoi figli vivano secondo la sua volontà. È in mezzo a questa realtà che siamo chiamati a vivere la nostra appartenenza a Dio.

       Il testo della Sapienza è un inno a Dio per la sua bontà e pazienza verso tutti i suoi figli. La sua potenza e grandezza non gli impediscono di agire con mitezza e tenerezza, prendendosi cura di tutti specialmente di coloro che sono più deboli. Con questo suo modo di agire Dio ha educato il suo popolo offrendo a tutti delle opportunità per cambiare vita perché essa sia secondo il suo desiderio. Dio è indulgente e paziente perché ama con un amore eterno, un amore che ci motiva alla speranza aprendo le porte che abbiamo chiuso con i nostri sbagli.

       Abbiamo bisogno di questo amore e desideriamo molto amare come Dio. Per questo, secondo San Paolo, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, agendo dentro di noi affinché sappiamo rivolgerci al Padre come conviene, con la fiducia e la libertà proprie dei figli. Lo Spirito ci fa sintonizzare con il cuore di Dio, desiderando in noi ciò che è desiderio di Dio per noi.

        La prima parabola che Gesù ci racconta nel brano di oggi parla della dinamica del Regno di Dio che “non si affermerà nel mondo trionfalmente ma sarà insidiato dal male fino alla fine della storia”. Dio semina il buon grano nel grande campo del mondo e non può fare diversamente perché egli è buono. Il suo nemico ha seminato la zizzania, cioè il grano cattivo. Cosa fare con questa zizzania? Il padrone del campo ha già un piano ma preferisce aspettare ed agire nel tempo opportuno, cioè, nel suo tempo. “La pazienza del Padre verso chi fa il male si rivela Vangelo anche per noi che vogliamo seguire Gesù e che però non siamo a nostra volta immuni dal peccato”.

      L’essere umano è buono di natura. L’origine della bontà che esso porta nel cuore è lo stesso Dio, secondo quanto ci racconta la Genesi: “E vide che tutto era molto buono”. Allora, da dove viene il male? Secondo questo brano, viene dal nemico, che semina un seme cattivo di notte, di nascosto, in opposizione all’azione dei servi fedeli fatta alla luce. Purtroppo l’essere umano è influenzato da questo nemico e porta anche il male dentro di sé insieme al bene che viene da Dio. È proprio in mezzo a questa realtà di bene e male che i valori del Regno si trovano seminati.  

      Alle volte il male sembra più forte perché anche noi contribuiamo ad alimentarlo di più. Molte volte siamo rimasti sorpresi nel vedere che ciò che sembra buono è cattivo e ciò che sembra cattivo è buono. Con i nostri pregiudizi abbiamo fretta di giudicare gli altri sul loro modo di vivere. Abbiamo la tendenza ad essere severi con gli altri e benevoli con noi stessi nel nostro modo di giudicare. Così ci dimentichiamo che non tutte le nostre azioni sono fatte alla luce e secondo la bontà seminata nel nostro cuore. Le azioni fatte di nascosto rivelano il lato buio della nostra vita.  

        Ma Dio non vuole il male. Lui è il primo interessato a volere eliminare il male dal mondo e dalla nostra vita; ci invita ad aspettare pazientemente, imparando da lui che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, sui buoni e sui cattivi. Come il padrone della parabola, non bisogna abbassare la guardia e rassegnarsi ma agire con discernimento e azioni adeguate riconoscendo e rafforzando il bene presente in noi e negli altri per essere più efficaci contro il male che ci disturba.

      Tramite la sua pazienza Dio ci ha dato molte opportunità di conversione e di cambiare vita. Allora, avere pazienza non vuol dire accettare il male ma accompagnare il ritmo di Dio che ha l’eternità davanti a sé e sa come trasformare il male in bene perché sa amare. Il tempo che Dio ti dona per la tua conversione definitiva al bene, ti aiuta a considerare che “il peccato non è rivelatore, mai: nessun uomo, nessuna donna coincidono con il loro sbaglio o con la zizzania che hanno in cuore. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni”. Anche San Giovanni Calabria usava dire: “Dobbiamo odiare gli errore ma amare chi erra. Le persone non sono i loro errori”.   Questo è davvero un invito a cambiare il nostro modo di vedere le cose, agendo secondo il cuore misericordioso di Dio “e tutto il nostro essere fiorirà nella luce”.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

domingo, 12 de julho de 2020

LA FECONDITÀ DELLA PAROLA

 Riflessione a partire di Mt 13, 1-23


      La centralità della nostra riflessione non è altro che la Parola di Dio. Tramite la sua Parola, Dio ha creato l’intero universo e continuamente lo rinnova. Come Dio della parola, Egli parla sempre al cuore delle persone, non si stanca. Nel suo modo di parlare, non segue delle rubriche né ci parla solo di quello che vogliamo sentire. Però tutto ciò che ci dice ha una finalità molto concreta di attuazione nelle diverse situazioni in cui viviamo. È bello pensare che anche se la sua Parola porta in sé stessa una capacità fecondatrice Dio la fa dipendere dalla qualità del terreno che gli offriamo. Siccome Egli non si stanca, alla fine la sua Parola riuscirà a compiere in noi ciò che Egli desidera.

     Il modo con cui accogliamo la Parola di Dio si riflette nel modo con cui ci rapportiamo tra noi e con tutto ciò che è intorno a noi. Anche il creato è coinvolto nel messaggio di salvezza che ci è stato rivolto. Siamo stati liberati ma non viviamo da liberi e questo incide anche nel creato che soffre le conseguenze delle nostre scelte sbagliate e attende di essere liberato per partecipare alla gloria dei figli di Dio. Possiamo anche dire che se il creato soffre è perché non viviamo da figli. In ragione della redenzione è possibile che viviamo un rapporto più armonioso e fraterno con il creato di cui siamo parte anche noi.

    A tutti viene rivolto il messaggio della Parola, ma non tutti sappiamo riceverlo con entusiasmo, oppure quando lo riceviamo con entusiasmo all’inizio non siamo in grado di riconoscerne il vero valore, permettendo che le preoccupazioni e occupazioni della vita soffochino questo messaggio. A questo punto, non riusciamo a portare avanti gli impegni che la parola ci fa assumere. Secondo la spiegazione di Gesù possiamo essere fecondati dalla Parola e vivere a partire da essa oppure rendere insensibile il nostro cuore al punto di resistere a qualche cambiamento proposto. I semi della Parola saranno sempre abbondanti poiché Dio non si stanca, ma chi non ha il cuore aperto ad accettare il suo messaggio non sarà mai in grado di produrre i frutti sperati. Tocca ad ognuno domandarsi: che tipo di terreno sono io?

    Lasciamoci interpellare dalla Parola, rispondendo con docilità dinanzi alla rivoluzione interiore che essa provoca e disponiamoci ad agire conseguentemente, mostrando che la grazia di Dio in noi non è vana.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

domingo, 28 de junho de 2020

LA RADICALITÀ DELLA SEQUELA DI CRISTO


Riflessione su 2Re 4,8-11.14-16a; Mt 10, 37-42


 

      Dio ama l’essere umano in modo libero e gratuito, cioè non c’è nulla che lo obblighi a farlo ed allo stesso tempo non esige di essere amato dall’essere umano né di essere contraccambiato per alcun bene fatto. Tuttavia aspetta solo che l’amore dell’essere umano così limitato e debole segua la via che egli stesso ha percorso nel suo modo d’amare. È certo che non arriveremo mai ad amare come Dio ma possiamo intraprendere la via giusta che ci avvicina a lui.

      Il profeta Eliseo è stato inviato a Sunem per visitare una coppia che non aveva figli. La donna lo ha accolto riconoscendolo come un uomo di Dio e con il marito gli ha preparato una buona sistemazione nella loro casa accogliendolo come un membro della loro famiglia. A motivo di tanta generosità ricevono il dono di potere generare un figlio. Dio si prende cura dei bisognosi e non si lascia vincere in generosità. Se siamo generosi nei suoi confronti Egli ci darà molto di più.

     San Paolo ci fa riflettere sul significato e l’importanza del nostro Battesimo il quale ci unisce a Cristo come membra del suo Corpo, chiamati a vivere la sua stessa condizione. Come è successo con Cristo, che ha provato la morte, è stato sepolto ed è risorto, così avviene in modo spirituale per ogni persona che fa l’esperienza del battesimo: è immersa nella morte con Cristo, seppellendo l’antica condizione dell’uomo vecchio per rinascere con Cristo ed in Cristo come creatura nuova.  

       Nel Vangelo Gesù chiede un amore totale ed esclusivo dai suoi discepoli, vale a dire “Chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia più di me non è degno di me, chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me”. Gesù non intende un disprezzo per i familiari. Vuole un amore prioritario nella vita di chi ha deciso di seguirlo. E’ una proposta radicale, una via che configura ogni discepolo al maestro e che non va percorsa senza rinunce e sacrifici. Ma il vero discepolo sa che il sacrificio assunto per causa di Cristo non è inutile; è espressione d’amore.

       Per Gesù amare vuol dire “dare”, come ha fatto il Padre: “Tanto Dio ha amato il mondo da dare il proprio Figlio”; e come lui stesso ha fatto: “non c’è amore più grande di questo, dare la vita per gli amici”. È a questo amore a cui è chiamato il discepolo, un amore vero, espresso nel dono di sé con totale libertà e gratuità. A questo punto, si capisce che l’amore del discepolo verso colui che lo ha chiamato non si oppone all’amore per i familiari. L’amore prioritario che Gesù chiede nel cuore del discepolo è quello che genera, motiva e dà senso all’amore ai familiari.

       Nei versetti che precedono questo brano Gesù aveva detto che non è venuto a portare la pace, ma la spada. Lui parlava proprio della divisione che può essere causata dal suo messaggio. Ha invitato la gente a prendere una decisione: vivere in modo diverso il rapporto con Dio e le relazioni nella famiglia. L’amore che Gesù richiede ai suoi ci fa ricordare il dialogo in cui lui ha chiesto a Pietro per tre volte, “Simone, figlio di Giona, mi ami più di costoro? Gesù conosce la debolezza dei suoi discepoli, ma chiede di amarlo veramente poiché sarà Lui stesso a renderli in grado di amare così.

      Tramite le parole di Gesù i discepoli hanno avuto la possibilità di riflettere sul senso del loro cammino. Gesù è stato molto onesto presentando le condizioni per essere veri discepoli ed evitare una sequela fatta in qualsiasi modo. Per una vera sequela di Cristo i discepoli devono assumere le conseguenze di questa decisione. Quello che dicevamo riguardo i familiari vale anche per le altre situazioni. Chi ha incontrato Gesù ha trovato il vero tesoro della sua vita e non può rimanere come prima; la persona è chiamata a valutare le altre cose in modo diverso, cioè, non c'è nulla che possa dare vero senso alla sua vita, se non Gesù stesso.

       Gesù ci ha affidato il suo regno e ci presenta la via della croce in modo che possiamo fare la volontà del Padre suo. In questo modo, ci rendiamo conto che seguire Gesù non porta fama e nemmeno status, ma sacrificio personale e consegna quotidiana per il suo regno. Così, chi vuole vivere nella tranquillità, senza difficoltà e, quindi, senza croce non sarà mai un vero discepolo. Prendere la croce è un segno della nostra disponibilità ad accogliere la volontà di Dio per la nostra vita. Seguire la logica di Cristo è imparare ad essere dono, essendo disposto alle prove poiché la nostra identità cristiana è un andare controcorrente. Insomma, se siamo in grado di vivere con più qualità le nostre relazioni permettendo che Dio si riveli attraverso di esse, certamente sarà possibile quell’amore totale ed esclusivo che Gesù ha chiesto nella sua identificazione con chi lo segue.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

sábado, 20 de junho de 2020

PERCHÉ TEMERE?

Riflessione su Ger 20,10-13; Rom 5, 12-15; Mt 10, 24-33 


           La realtà difficile fa parte della nostra vita umana. Dobbiamo affrontare molte sfide lungo il cammino. Spesso abbiamo paura perché crediamo di essere capaci di superare le sfide con le solo nostre forze e non ci riusciamo. Qui è importante ricordare l’essenza del messaggio cristiano, cioè la paternità e la cura di Dio per tutti i suoi figli. Questo messaggio è una buona notizia che ci fa vivere con gioia e speranza e credere che tutto ciò che accade nel mondo non sta fuori a un piano di saggezza e di bontà di Dio che riesce a fare meraviglie anche in mezzo a debolezze e malvagità umane. La realtà è difficile, ma abbiamo un Dio che è Padre.

      La vita del profeta Geremia è un esempio di questa situazione. Egli soffre a causa della sua fedeltà a Dio che lo ha chiamato fin dal seno di sua madre. La certezza circa la cura e la protezione di Dio lo ha motivato durante tutto il suo lavoro come profeta. Nelle parole dello stesso Geremia, percepiamo che aveva un rapporto profondo con Dio. Questo rapporto è la ragione della sua perseveranza e della confusione dei suoi nemici. Colui che ha fiducia in Dio non dispera, perché Dio non abbandona mai coloro che confidano in Lui.

      In base alla seconda lettura, abbiamo motivi più per il credere che per la disperazione, perché anche se l’essere umano ha peccato, la grazia del perdono che Gesù ci ha portato ha superato molto di più la realtà di peccato. “Dinanzi alla grandezza del peccato, Dio risponde con il giusto perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può limitare l’amore di Dio che perdona sempre” (Papa Francesco). Quello che possiamo, certo, è imitarlo.

       Nel Vangelo, Gesù dice ai suoi discepoli: “Non abbiate paura”. Perché ha detto questo per tre volte? Egli ha sottolineato questo perché ha voluto che i suoi discepoli fossero coraggiosi testimoni dell’esperienza che ha cambiato il mondo vincendo il buio e superando tutte le paure. Egli, sapendo che avrebbero dovuto soffrire molto a causa del suo nome e conoscendo la debolezza della loro fede, ha assicurato loro la sua presenza e la cura di Dio per la loro vita, perché per Dio la vita ha un valore inestimabile. Egli può fare di ogni brutta situazione una opportunità buona. Lo fa perché ama e si prende cura dei suoi figli. Queste parole di Gesù hanno motivato i discepoli a continuare la missione che egli aveva loro affidato.

      Gesù nel condividere la sua missione con i suoi discepoli voleva proprio questo, che fossero capaci di diffondere e far conoscere a tutti il suo messaggio. Questo è il senso della notizia che deve essere annunciata dalle terrazze: la cura di Dio che è Padre e si occupa anche delle piccole cose della vita. Per proclamare questo messaggio i discepoli dovranno superare la paura, perché lo stato di paura sembra negare l’autenticità di questo messaggio.

        Sappiamo che, a causa della fede, le persone venivano uccise allora come continuano a essere uccise in questi giorni. Ma coloro che uccidono fanno male soltanto al corpo. La cosa più grave è quando gli eletti non sono fedeli al messaggio e provocano scandalo, creando disorientamento tra coloro che vogliono credere. Questa situazione uccide il corpo e l’anima insieme.

      Vogliamo ricordare le vittime della violenza a causa della fede di tutte le generazioni. Come il loro maestro, anche loro sono rimasti perseveranti nell’impegno che hanno assunto. La loro risposta davanti alla violenza ha lasciato i loro nemici sconcertati e ha portato loro alla riflessione. Un giorno Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno ti dà un schiaffo sulla guancia destra, porgigli anche l’altra”, cioè mostra un modo diverso e giusto di agire. La violenza non può vincere la violenza, è solo la bontà del cuore che può farlo.

     Anche noi, chi più chi meno, davanti alle difficoltà siamo tentati di provare paura e disperazione. La pandemia è stata un esempio molto concreto in questi tempi. Ma la certezza della presenza di Gesù e la cura di Dio deve motivarci ad avere fiducia e speranza. Così le parole di Gesù sono anche la nostra consolazione: “Non temere!” Dio sa come trasformare brutte situazioni in buone. Le sue aspettative, secondo gli insegnamenti di Gesù, è che viviamo come suoi figli e permettiamo che la sua volontà sia fatta nella nostra vita. Non avere paura è condizione fondamentale perché siamo credibili. Perché temere se valiamo di più di molti passeri e sappiamo che Dio non abbandona coloro che credono e sperano in lui?

Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

domingo, 14 de junho de 2020

UWEPO HAI NA KWELI


Kutafakari kutoka Kum 8,2-3.14b-16a; 1Wak 10,16-17; Yoh 6, 51-58



 

      Tunasherehekea sikukuu ya Mwili na Damu Ya Kristo kilicho chakula kinachodumu milele, yaani Ekaristi takatifu. Hii ni sakramenti ya uwepo hai wa Yesu kati yetu. Asili ya sherehe hii ni Karamu ya mwisho katika Alhamisi Takatifu lakini hali ya ukimya na tafakari kwa sababu ya Ijumaa Kuu inatuzuia  kusherehekea sikukuu ya Ekaristi kwa furaha kubwa. Kwa hivyo Baba Mtakatifu Urbano wa IV katika karne ya 13 alianzisha sherehe hii ya Mwili na Damu ya Kristo. Katika sikukuu hii tunaweza kutangaza hadharani imani na upendo wetu kwa Ekaristi Takatifu na kujiona kuungana na Kristo anayefanya upya ishara yake ya upendo kwa ajili ya wokovu wetu na kutualika kwenye karamu ili tuweze kushiriki furaha yake kubwa na uzima wa milele.

     Somo la kwanza ni uthibitisho kwamba ndiye Mungu mwenyewe anayewalisha watu wake. Muda ambao Watu wa Israeli waliishi jangwani ulikuwa nafasi ya kumjua Mungu kama Mtoaji ambaye aliwapatia chakula tofauti na kile cha Misri. Walipokea Mana kutokana na ukarimu wa Mungu kwa ajili ya kufanya upya nguvu zao za kimwili na kuwaimarisha kumshukuru Mungu aliyekuwepo miongoni mwao daima.

   Kulingana na somo la pili, Mtakatifu Paulo anasema kwamba chakula ambacho Mungu anawapatia watu wake wapya ndiye Mwanawe. Yeye anatualika sote tule mwili na kunywa damu yake ili tuwe wamoja naye. Ingawa sisi ni wengi tumefanyika mwili mmoja kwa sababu ya Mkate mmoja tunaoumega ulio Kristo mwenyewe. Ndio umoja kati yetu na ahadi ya kindugu ambayo inaufanyisha ujumbe na ushuhuda wetu uwe wa kweli.    

     Katika injili Kristo aliwaalika wasikilizaji wake kuukaribisha ufunuo juu ya utambulisho wake kama chakula kilichoshuka kutoka mbinguni si kwa binadamu tu bali kwa ajili ya uhai wa ulimwengu wote. “Kwa maana jinsi hii Mungu aliupenda ulimwengu hata alimtoa Mwana wake wa pekee, ili kila amwaminiye asipotee, bali awe na uhai wa milele (Jo 3, 16)”. Mwana anajitoa kama chakula kinachodumu hadi uzima wa milele kwa sababu ya mapenzi ya Baba aliye chemchemi ya uzima. Yeye ndiye anayesababisha uzima ndani ya kila mtu anayempokea Mwanawe.

    Tunaongea hapa kuhusu kiini cha mafundisho ya Yesu kama mwokozi na mkombozi wa ulimwengu, lakini wasikilizaji wa Yesu hawakuweza kuelewa kwa sababu walijua hali ya Yesu ya kibinadamu. Waliwajua wazazi wake, yaani Yusufu na Maria na kushiriki pamoja naye katika shule moja. Hakika hawakuweza kukubali kwamba mwenzao huyu alishuka mbinguni. Zaidi ya hayo kulingana na mawazo ya Kiyahudi mwili ni mfano wa udhaifu wa kibinadamu. Lakini ugumu wao wa kufahamu fumbo hilo haukumzuia Yesu kufunua njia yenye maana kamili kwa maisha yao.

    Yesu anaongea kuhusu uzima bila mwisho unaopatikana kwa wote. Inawezekana kuupokea uzima huu kwa kuula mwili wake na kuinywa damu yake, kwa sababu yeye ndiye uhai na huishi ndani ya wale wanaompokea. Yesu anatenda ishara hii ya upendo kwa uhuru kabisa na kulenga kukaa miongoni mwa wanadamu na ndani ya kila mtu. Hiki ndicho kipimo cha kupata uzima. Hilo ndilo fumbo la Ekaristi takatifu. Ndiyo zawadi kutoka kwa Mungu ambaye hataki kuishi mbali na binadamu.

      Ekaristi ni hazina ya kanisa na kiini cha uzoefu wake. Ekaristi inalifanya Kanisa na Kanisa linaishi kwa sababu ya Ekaristi. Kulingana na Mtaguso Mkuu wa Vatikano wa pili, “matendo yote ya Kanisa yatoka kwa Ekaristi na kulenga Ekaristi”. Ndivyo hivyo kwa sote tunaoumega mkate mmoja na kunywa kikombe kimoja. Uzoefu huu ni ukamilifu wa ushirika wetu na Mungu na msukumo kwa ahadi yetu ya kindugu.

     Yesu ndiye chakula ambacho Mungu alitupa na kuendelea kutupa ili tuwe na maisha kamili. Kutoka Umwilisho wa Neno mpaka msalaba na Ufufuko, maisha ya Yesu yalikuwa kujitolea daima kama chakula cha Mungu kwa ajili ya maisha ya watu wake. Ekaristi takatifu tunayosherehekea inatuhakikishia kwamba ukarimu wa Mungu haumaliziki, kweli utaendelea hata milele. Kila siku Kristo hufanya upya ishara yake ya upendo kwa ajili ya wokovu wetu.

      Ndiye Yesu mwenyewe ambaye anatualika kwa karamu ya uzima, akijitoa kama chakula na kututumikia kama Yule ya pekee ambaye anaweza kujaza moyo wetu unaomtamani Mungu na uhai wake sawa. Lengo la Ekaristi ni kufananisha maisha yetu kidogo kidogo kulingana na maisha ya Yule tunayepokea.

      “Tunapokula chakula cha kawaida mwili wetu unaingiza chakula hiki ili uwe na afya nzuri. Hivyo, chakula kinaingizwa na mwili wetu. Kuhusu Ekaristi, chakula cha uzima, matokeo ni tofauti: wakati tunampokea Yesu, ni sisi tunaoingizwa naye”. Kwa maneno mengine, Yesu anatuingiza, anatuchukua kwake ili tuishi naye na kwa sababu yake. Yeye anakaa ndani yetu nasi ndani yake. Yeye anatuunganisha naye, kutuhusisha katika ushirika sawa anaoishi na Baba. Katika uzoefu huu tunabadilika kuwa yule tunayempokea kwa ajili ya ukuaji wa mwili mmoja. Hivyo, wakati tunaposherehekea Ekaristi kwa kina mahusiano kati yetu yabadilika na kupata nguvu na sisi tunakuwa vyombo vya umoja, upatanisho na amani kulingana na hisia za Kristo.

Fr Ndega


sábado, 13 de junho de 2020

PRESENZA VIVA E REALE


Riflessione su Deut 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Giovanni 6, 51-58

 

      Celebriamo la festa del Corpo e Sangue di Cristo, cibo e bevanda di vita, dono d’amore che dura per sempre, cioè l'Eucaristia. Questo è sacramento della presenza di Gesù vivo in mezzo a noi. L’origine di questa festa è l’Ultima Cena nel Giovedì santo, ma il clima di silenzio e riflessione del vespro del Venerdì Santo ci impedisce di celebrare con grande gioia. Per questo il papa Urbano IV, nel 13° secolo ha istituito questa celebrazione del Corpo e del Sangue di Cristo.

     Tramite questa solennità e processione, noi possiamo proclamare pubblicamente la nostra fede e il nostro amore per l’Eucaristia e sentire Cristo rinnovando il suo gesto d’amore per la nostra salvezza. Anche se questo periodo drammatico causato pela pandemia ci impedisce di uscire sulle vie e piazze per una proclamazione pubblica della nostra fede, ma non ci impedisce di intensificare la nostra fede ed il nostro amore per l’Eucaristia, presenza viva e reale di Colui che dona se stesso ogni giorno per la nostra salvezza.  Egli stesso ci invita al banchetto della vita in modo da poter condividere la sua grande gioia e la vita eterna.

       Il brano del Deuteronomio ribadisce che Dio stesso nutre il suo popolo. Ancora dal tempo nel deserto, il popolo di Israele ha avuto la possibilità di conoscere Dio come Provvidente, colui che dà un cibo diverso da quello d’Egitto. Gli israeliti hanno ricevuto la Manna grazie alla generosità divina per rinnovare la loro forza fisica e motivare il ringraziamento a Dio, che è sempre stato presente in mezzo a loro.

       Nella lettera ai Corinzi San Paolo afferma che il vero cibo che Dio dà al suo popolo nuovo è il suo Figlio Gesù. Egli stesso invita tutti a vivere in comunione con lui tramite la celebrazione del suo corpo e sangue. Anche se siamo in tanti, siamo diventati un solo corpo a causa dell’unico Pane che è Cristo stesso. L’unità tra le membra e l’impegno fraterno diventano condizione fondamentale perché il messaggio che portiamo sia credibile.

       Nel Vangelo Gesù invita il suoi ascoltatori ad accogliere la rivelazione circa la sua identità come il pane disceso dal cielo, non solo per gli esseri umani, ma per la vita dell’universo, vale a dire: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 16)”. Il Figlio si dona come cibo che dura per la vita eterna per fare la volontà del Padre che è la sorgente della vita. È lui che fa sgorgare la vita all’interno di ogni persona che riceve il suo Figlio.

       Siamo qui dinanzi all’essenza degli insegnamenti di Gesù come Salvatore e Redentore del mondo. Ma i suoi contemporanei non riuscivano a capire perché conoscevano la condizione umana di Gesù. Conoscevano i suoi genitori cioè Giuseppe e Maria e probabilmente hanno frequentato insieme la stessa scuola. Di certo non potevano accettare che questo loro collega fosse disceso del cielo. Tuttavia queste difficoltà non hanno impedito a Gesù di rivelare il senso pieno alla loro vita.

       Gesù parla di vita senza fine che è disponibile per tutti. La condizione per ricevere questa vita è mangiare la sua carne e bere il suo sangue, perché egli è la vita e vivrà in coloro che lo ricevono. Questo è un gesto d’amore che Gesù fa liberamente perché il suo desiderio è rimanere tra gli uomini e in ogni persona. Questo è il mistero dell’Eucaristia. Questo è il grande dono del Dio che non vuole vivere lontano dagli esseri umani.

       L’Eucaristia è il tesoro della Chiesa, cioè il centro della sua esperienza. L’ Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa vive dell’Eucaristia. Nella visione del Vaticano II, “tutta l’attività della Chiesa scaturisce dall’ Eucaristia e trova in essa la sua finalità”. È così per tutti noi che mangiamo lo stesso pane e beviamo lo stesso calice. Questa esperienza è la pienezza del nostro rapporto con Dio e fonte di ispirazione per il nostro impegno per la fraternità.

     Gesù è il cibo che Dio ci ha dato e continua a darci perché abbiamo la vita in pienezza. Dall’incarnazione alla croce e risurrezione, la vita di Gesù è stata una continua offerta come vero cibo di Dio per la vita del suo popolo. L’Eucaristia che celebriamo ci assicura che la generosità di Dio non si è fermata, ma continuerà per sempre.

      Ogni giorno Cristo rinnova il suo gesto d’amore per la nostra salvezza. Egli stesso ci invita al banchetto della vita, si offre come cibo e ci serve come l’unico in grado di riempire il nostro cuore desiderosi di Dio e della sua stessa vita. Lo scopo dell’Eucaristia è proprio conformare la nostra vita pian piano alla vita di Colui che riceviamo.

     "Quando mangiamo il cibo ordinario il nostro corpo assimila questo cibo per avere buona salute. Così, il cibo è assimilato da nostro corpo. Per quanto riguarda l’Eucaristia, il pane della vita, il risultato è diverso: quando riceviamo Gesù, siamo noi che siamo assimilati da lui. In altre parole, Gesù ci assume, ci porta con sé perché viviamo di lui e per lui. Egli dimora in noi e noi in lui. Egli ci unisce a sé, facendoci partecipare della stessa comunione che egli vive con il Padre. In questa esperienza, siamo diventati colui che celebriamo a causa della crescita del corpo stesso. Così, quando celebriamo l’Eucaristia con profondità le nostre relazioni cambiano e diventiamo strumenti di unità, di riconciliazione e di pace secondo gli stessi sentimenti di Cristo.


Fr Ndega