sexta-feira, 15 de julho de 2022

L’ACCOGLIENZA CHE FA LA DIFFERENZA

 

Riflessione a partire da Gn 18, 1-10a; Col 1, 24- 28; Lc 10, 38-42




 

    Il tema centrale di questa liturgia è l’accoglienza. Essa rende le persone più umane e, quindi, più adatte a collaborare nell’opera che il Signore vuole realizzare nel mondo.

    La prima lettura racconta la visita di Dio Trinità ad Abramo e Sara che, nel loro modo di accogliere cercano di fare tutto il possibile affinché questi nobili ospiti si sentano a casa. In riconoscenza a tanta premura, Dio regala a questa coppia di anziani senza figli il dono più atteso della loro vita: la nascita di un figlio, il bambino Isacco. Dio ama essere accolto e portare vita nuova all’interno del nostro vissuto. Che possiamo anche noi essere disponibili alle sue visite, ai suoi piani.

    Nella seconda lettura la sofferenza che Paolo vive nell’annuncio del vangelo alle nazioni gli causa una grande gioia perché si sente unito a Cristo che ha sofferto e si è offerto perché la salvezza di Dio raggiunga tutti gli uomini, nessuno escluso. Di questo disegno Paolo si considera ministro, e per questo impiega tutte le sue forze, soffrendo in favore della Chiesa. Sofferenza per la Chiesa è sofferenza per Cristo. Chi ha scelto Cristo non pensa a sé stesso perché per lui il vivere è Cristo.

    Nel brano di Vangelo ci viene proposto Gesù che, stanco dal viaggio, accetta volentieri di essere ospitato presso la casa dei suoi amici per un tempo di riposo. In quel momento nella casa ci sono solo le due sorelle. Il fratello Lazzaro certamente è al lavoro fuori. Le due sorelle cercano di offrire una accoglienza degna al nobile ospite, ma ciascuna a modo suo. Marta si occupa dell’ambiente, Maria si occupa della persona (del maestro); Marta con il servizio, Maria con l’ascolto. Sembrano cose separate e contrapposte, ma Gesù ci insegna a interpretare in un modo diverso:

    Da quando è arrivato, Gesù ha notato che Marta mentre serviva si agitava, andando da una parte all’altra senza un centro, un punto di riferimento, senza fermarsi. In realtà c’era bisogno di servire l’ospite, ma non di agitarsi per la sua presenza. Maria ha fatto una scelta diversa, vale a dire, si è messa come discepola ai piedi del maestro, come se non avesse niente da fare, dando più importanza a quello che Egli voleva fare per lei che a ciò che lei poteva fare per lui. La differenza è enorme ma non è questo il problema: Gesù non vede il servizio in contrapposizione all’ascolto.

     Anche se Gesù aveva notato il comportamento di Marta, forse non avrebbe detto niente se non fosse stato interpellato. “Ad un certo punto Marta, irritata dal fatto che Maria non l’aiutasse nelle faccende domestiche, interpella Gesù, in modo un po’ scortese”, dandogli un ordine, affinché lo ripassasse alla sorella, tale era il suo stato di confusione. Se sua sorella l’avesse aiutato in quel suo modo di fare, allora non sarebbe stata solo lei in agitazione ma entrambe. Insomma, una cosa è ospitare e un’altra cosa è accogliere. Marta ospita Gesù ma è stata Maria ad accoglierlo.

Gesù rimprovera Marta con molta tenerezza perché riconosce anche la sua dedizione e premura, però lascia intendere in modo ben chiaro che non ha bisogno della sua agitazione. Con questo, dobbiamo rifiutare l’interpretazione che dice che Gesù non ha considerato il servizio concreto come necessario. Con il suo rimprovero, Egli ha richiamato l’attenzione di Marta e di tutti noi riguardo “l’importanza fondamentale dell’ascolto della sua parola”. Le altre cose sono importanti ma possono aspettare. È la parola che deve guidare il nostro essere e il nostro agire. Quindi, il suo ascolto prioritario non va trascurato. In questo senso Maria di Betania è il nostro modello.

Veramente Gesù cerca degli amici e non dei servi: “Non vi chiamo servi… vi ho chiamato amici perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che il Padre mi ha mandato”. Non siamo servi ma amici dello sposo, chiamati a servire. Il nostro servizio sarà espressione della sua volontà se siamo suoi amici. Non è la quantità delle cose che facciamo che conta, ma la qualità dei nostri rapporti. Pensiamo di fare il massimo per il Signore, ma lui vuole soltanto il nostro meglio. Se le nostre scelte non corrispondono alle sue aspettative diventa inutile quello che facciamo nel suo nome. Per spendere la vita per Cristo senza rendere vano il nostro apostolato bisogna che impariamo a “metterci in un atteggiamento di continuo e docile ascolto delle sue parole per cercare di conoscere e compiere la sua volontà”.  Servizio e spiritualità sono due realtà che devono trovare nella nostra vita la loro integrazione e la loro giusta posizione affinché il Signore rivolgendosi a noi riconosca ciò che ha riconosciuto in Maria, vale a dire la parte migliore, la scelta migliore, perché fatta con saggezza e non con agitazione.    


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

sábado, 9 de julho de 2022

COMO POSSO ME TORNAR PRÓXIMO...?

 

Reflexão a partir de Lc 10: 25-37




 

    Neste texto, um doutor da lei se aproxima de Jesus e lhe faz duas perguntas: a primeira: "O que devo fazer para herdar a vida eterna?"; e a segunda: "Quem é meu próximo?" Na primeira pergunta, Jesus o ajudou a redescobrir o essencial da Lei, ou seja, “amar a Deus e amar o próximo”. O mandamento de amar a Deus encontra-se no livro de Deuteronômio (6,5) e o de amar o próximo, em Levítico (19:18). Se Jesus disse ao doutor da lei que bastava fazer isso para ter a vida eterna, é porque “a Lei indica o caminho para a vida eterna se uma pessoa ama a Deus e ao próximo”.

    No Antigo Testamento, Deus estabeleceu uma Aliança com o povo de Israel como um pai com seus filhos. Como símbolo concreto desta Aliança temos os Dez Mandamentos que têm como objetivo favorecer um bom relacionamento com Deus e entre eles. Secondo la mentalidade judaica, o próximo não pode ser qualquer um que eu vejo, mas somente aquele que tem um vínculo de sangue comigo. Assim, um estranho não pode ser meu próximo. Essa mentalità os impede de ter um bom relacionamento principalmente com os samaritanos considerados seus inimigos porque misturaram o sangue deles com o de estrangeiros.

    Através da segunda pergunta, “Quem é o meu próximo?”, o doutor da lei esperava que Jesus aceitasse essa visão excludente. Mas Jesus contou a parábola do “Bom Samaritano”. Secondo esta parábola, um homem desceu de Jerusalém para Jericó e foi atacado por ladrões que o deixaram quase morto. Tanto o sacerdote como o levita viram aquele homem caído no caminho e passou adiante, mas quando o samaritano o viu, teve compaixão dele e o ajudou. Os dois primeiros são símbolo daqueles que devem obedecer à lei e, segundo esta lei, não podem tocar ou ser tocados por “algo impuro” quando devem ir ao templo. Eles desviaram o caminho porque passar perto da pessoa necessitada e sangrando os impediria de louvar e servir plenamente a Deus. Eles esqueceram que “é mal não fazer o bem em nome de Deus ou da religião”.

    Por causa da obediência deles à lei do puro-impuro, os dois primeiros negaram a solidariedade ao homem necessitado. Enquanto, por meio de sua atitude compassiva, “o samaritano mostrou solidariedade” porque não teve que obedecer à lei do puro-impuro. “O Bom Samaritano não pensou em si mesmo, pensou no outro.” Através desta parábola, Jesus mostra que a questão fundamental não é “quem é o meu próximo?”, mas “como posso me tornar próximo?” Jesus corrige essa mentalidade em relação ao próximo e mostra que o verdadeiro amor a Deus se realiza com a participação na vida daqueles que Ele ama, especialmente dos necessitados.

    Para Jesus, o verdadeiro amor se manifesta por meio de gestos de ternura e compaixão. O próprio Jesus é o verdadeiro "Bom Samaritano" que tomou sobre si a nossa situação de sofrimento e curou as nossas feridas do pecado. Por outro lado, Ele se identifica com aqueles que “caídos à beira do caminho”. Somos capazes de reconhecer a presença de Cristo nas pessoas que costumamos encontrar e naqueles que nos pedem ajuda? A verdadeira adoração a Deus passa por relacionamentos verdadeiramente humanos com aqueles ao nosso redor. Celebrar a Eucaristia é sinal de fraternidade se há fraternidade entre nós. Caso contrário, não é o Corpo e Sangue de Cristo que celebramos. É impossível ter um relacionamento verdadeiro com Deus quando nos esquecemos dos irmãos e irmãs em suas necessidades.

     Não podemos viver indiferentes em relação aos demais, assim como Caim fez, ou seja, “Por acaso sou o guardião do meu irmão?” (Gn 4: 9). Esta é uma atitude de indiferença, que nos faz negar nossa identidade cristã. Não preciso saber quem é meu próximo para amá-lo e ajudá-lo. Amar os outros e ajudá-los são parte integrante da minha identidade. Ai de mim se não o fizer! Hoje, para nós cristãos, nosso próximo é aquele que reconhecemos como necessitado e decidimos acompanhá-lo para lhe assegurar uma vida digna, mesmo quando esse processo exige o uso de nosso tempo e recursos. Que a graça do Senhor nos ajude a agir como "bons samaritanos".


Fr Ndega


sexta-feira, 8 de julho de 2022

COME POSSO DIVENTARE PROSSIMO…?

 

Riflessione a partire da Lc 10, 25-37




 

    In questo brano un dottore della legge si avvicina a Gesù e gli fa’ due domande: la prima, “Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”; e la seconda: “Chi è il mio prossimo?” Sulla prima domanda Gesù aiuta a riscoprire l'essenza della Legge, cioè «amare Dio e amare il prossimo». Il comandamento di amare Dio si trova nel libro del Deuteronomio (6,5) e quello di amare il prossimo, nel Levitico (19,18). Se Gesù dice al dottore della legge che bastava farlo per avere la vita eterna è perché «la Legge indica la via della vita eterna se una persona ama Dio e il prossimo».

    Nell'Antico Testamento Dio ha stabilito l'Alleanza con il popolo d'Israele come suoi figli. Come vero simbolo di questa Alleanza abbiamo i Dieci Comandamenti che hanno come meta un buon rapporto con Dio e con il prossimo. Ma, secondo la mentalità ebraica, il prossimo non è chiunque, ma colui con cui si ha un legame di sangue e quindi gli estranei non possono essere considerati prossimo. Questo modo di pensare impedisce loro di avere un buon rapporto soprattutto con i Samaritani che erano considerati come loro nemici, perché hanno mescolato il loro sangue con quello degli estranei.

    Attraverso la seconda domanda: “Chi è il mio prossimo?” Il dottore della legge si aspettava che Gesù accettasse questa visione escludente. Ma Gesù racconta la parabola del “Buon samaritano”. Secondo questa parabola un uomo scese da Gerusalemme a Gerico e fu aggredito da ladri che lo lasciarono quasi morto. Sia il sacerdote che il levita videro quell’uomo caduto lungo la via e passarono oltre, ma il samaritano quando lo vide, ne sentì compassione e lo aiutò. I primi due sono simbolo di coloro che devono obbedire alla legge e, secondo questa legge, non si può toccare o essere toccati da “qualcosa di impuro” e quindi hanno cambiato strada perché passare vicini alla persona nel bisogno e sanguinando impedirebbe loro di lodare e servire Dio pienamente. Hanno dimenticato che «è un male non fare del bene in nome di Dio o della religione».

    A motivo dell’obbedienza alla legge del puro-impuro i primi due hanno negato vicinanza all’uomo bisognoso. Mentre, attraverso il suo atteggiamento compassionevole, “il samaritano ha mostrato vicinanza” perché non doveva obbedire alla legge del puro-impuro. “Il buon samaritano non ha pensato a sé stesso, ha pensato all’altro.” Attraverso questa parabola Gesù mostra che la domanda fondamentale non è “chi è il mio prossimo?”, ma “come posso essere prossimo?” Gesù corregge questa mentalità riguardo il prossimo e mostra che il vero amore a Dio si compie con la partecipazione alla vita di chi Egli ama, specialmente di chi è nel bisogno.

    Per Gesù, il vero amore si manifesta ancora di più attraverso i gesti di tenerezza e compassione. Gesù stesso è il vero “Buon samaritano” che ha preso su di sé la nostra situazione di sofferenza e ha guarito le nostre ferite dal peccato. Inoltre, Si identifica con coloro che sono “caduti lungo la via”. Siamo in grado di riconoscere la presenza di Cristo nelle persone che incontriamo abitualmente e in coloro che chiedono il nostro aiuto? La vera adorazione a Dio passa attraverso rapporti veramente umani con chi ci sta accanto. Celebrare l'Eucaristia è segno di fraternità se c’è fraternità tra noi. Altrimenti, non è il Corpo e il Sangue di Cristo che celebriamo. È impossibile avere un vero rapporto con Dio quando dimentichiamo gli altri nei loro bisogni.

     Non possiamo vivere indifferenti nei confronti degli altri, come fece Caino, vale a dire: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gn 4:9). Questo è un atteggiamento di indifferenza, che ci fa negare la nostra identità cristiana. Non ho bisogno di sapere chi è il mio prossimo per amarlo e aiutarlo. Amare il prossimo e aiutarlo sono parte integrante della mia identità. Guai a me se non lo faccio! Oggi, per noi cristiani, il prossimo è colui che riconosciamo come bisognoso e decidiamo di accompagnarlo per assicurargli una vita dignitosa anche quando questo processo richiede l’impiego del nostro tempo e delle nostre risorse. Che la grazia del Signore ci aiuti ad agire come “Buoni samaritani”.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

NINAWEZAJE KUWA JIRANI?

 

Kutafakari kuhusu Lk 10, 25-37


 



 

    Katika injili ya siku ya leo mwanasheria alimwendea Yesu na alimwuliza maswali mawili, yaani la kwanza “nifanye nini ili niurithi uzima wa milele?”; na la pili, “Jirani yangu ni nani?” kuhusu swali la kwanza Yesu alimsaidia kugundua tena umuhimu wa sheria, yaani “kumpenda Mungu na kumpenda jirani”. Amri ya Kumpenda Mungu tunapata katika kitabu cha Kumbukumbu la Sheria (6:5) na ya Kumpenda jirani inapatikana katika kitabu cha Walawi (19:18). Ikiwa Yesu alimwambia mwanasheria kwamba yatosha kutenda hivyo ili apate uzima wa milele ni kwa sababu “Torati yaonyesha njia ya uzima wa milele ikiwa mtu anampenda Mungu na jirani yake.”

    Katika Agano la Kale Mungu alianzisha Agano na Watu wa Israeli akiwafanya wana wake. Kama ishara halisi ya Agano hili tuko na Amri kumi ambazo zinalenga ushusiano mwema na Mungu na jirani. Lakini, kulingana na mawazo yao ya kiyahudi, jirani siyo yule ambaye anaishi karibu nao bali ndiye yule aliye na uhusiano wa damu nao. Basi, wageni hawawezi kuwa jirani kwao. Hivi mawazo haya yawazuia kuwa na uhusiano mwema hasa na Wasamaria waliofahamiwa kama maadui wao kwa sababu waliichangamana damu yao na ya wageni.

    Kupitia swali la pili, yaani “Jirani yangu ni nani?” mwanasheria alitarajia Yesu akubaliane na mawazo haya ya kivuo. Lakini Yesu alisimulia mfano wa Msamaria Mwema. Kulingana na mfano huu mtu mmoja alishuka toka Yerusalemu kwenda Yeriko na kushambuliwa na wanyang’anyi ambao walimwacha karibu na kufa. Wote wawili, yaani kuhani na Mlawi walipomwona mtu walipita kando lakini Msamaria alipomwona mtu alimwonea huruma na kumsaidia. Wawili wa kwanza  ni ishara ya wale ambao wanapaswa kuitii sheria, na kulingana na sheria hii, hawawezi kugusa ama kuguswa na “kitu kichafu”. Walitumia njia nyingine kwa sababu kuwa karibu na mtu yule aliye na haja ya msaada kungewazuia kumsifu na kumtumikia Mungu kamili. Walisahau kwamba “ni jambo baya kutofanya mazuri kwa kutumia jina la Mungu au la dini”.

    Kwa sababu ya sheria ya utakaso wawili wa kwanza walidharau yule aliye mwenzao kushindwa kuonyesha ujirani. Kupitia tabia yake ya huruma, “Msamaria alionyesha ujirani mwema” kwa sababu hakuhitaji kuitii sheria ya utakaso. “Msamaria mwema hakujifikiria mwenyewe, alimfikiria mwingine.” Kupitia mfano huu Yesu anaonyesha kuwa swali la msingi sio “ni nani jirani yangu?,” bali ninawezaje kuwa jirani kwa mwenzangu?” Yesu anasahihisha mtazamo kuhusu jirani na kuonyesha kuwa upendo wa kweli kwa Mungu unatokea pamoja na kushiriki katika maisha ya wale anaowapenda hasa walio na shida.

    Kwa Yesu, upendo wa kweli unaonyeshwa kupitia ishara za upole na huruma. Yesu mwenyewe ni Msamaria Mwema kwa namna ya kipekee ambaye alichukua hali yetu na kuponya majeraha yetu ya dhambi. Tena anajitambulisha na wale ambao “wameanguka kando ya njia za maisha”. Je, tunaweza kutambua uwepo wake Kristo katika watu ambao kwa kawaida tunakutana na hao ambao wanauomba msaada wetu? Kumwabudu Mungu kwa kweli kunatokea kupitia uhusiano mwema na ufanisi na wengine. Kusherehekea Ekaristi ni alama ya undugu ikiwa undugu uko miongoni mwetu, vinginevyo, sio Mwili na Damu ya Kristo tunayosherehekea. Haiwezekani kufanya uhusiano wa kweli na Mungu wakati tunapowasahau wenzetu katika mahitaji yao.

     Hatuwezi kuishi kwa kutojali kuhusu hali ya wengine kama ilivyotokea kwa Kaini, yaani “Je mimi ni mlinzi wa ndugu yangu?” (Mw 4:9). Hali hii ni kutojali iliyo njia ya kukanusha utambulisho wetu wa Wakristo. Sihitaji kujua ni nani jirani yangu ili nimpende na kumsaidia. Nimekuwa mwanafunzi wa Kristo ili kuwa jirani wa wote ka ma Kristo alivyo. Kumpenda jirani ni kumsaidia kushinda hali mbaya ya maisha yake. Kwa upande wetu tulio Wakristo, jirani ni yule tunayomgundua kama aliye na haja nasi twamua kuwa jirani kwake kwa kuandamana naye kumhakikishia maisha ya heshima hata ikiwa mwendo huu unapodai tutumie muda wetu na rasilimali zetu. Neema ya Bwana itusaidie kutenda kama “msamaria mwema”.


Fr Ndega

sábado, 2 de julho de 2022

FURAHA ISIYOKATISHA TAMAA

 

Tafakari kuhusu Is 66: 10-14; Gal 6: 14-18; Lk 10: 1-12




     Muhtasari wa ujumbe wa maandiko haya ni uhakika kwamba sisi hatuko tu kwenye utume bali pia sisi ni utume hapa duniani. Si sifa yetu bali ni uzuri na ukarimu wa yule aliyetuita na kututuma kwa ajili ya wokovu wetu na wa wengine. Kuwa mmisionari ni kuitwa kwa furaha ambayo inautegemea uaminifu kwa Mungu mwaminifu. “Yeye anataka kuuanzisha moyo wa Mwana wake ndani yetu” na kwa ajili ya hilo anataka tupatikane na tuwe wakarimu.

    Akitumia lugha ya mama, Isaya anatoa mwaliko wa furaha kwa sababu ya kile ambacho Bwana anakaribia kutimiza katika maisha ya watu wake. Uwepo wa kudumu wa Mungu katikati ya watu wake hushinda nyakati za usumbufu na kukatishwa tamaa kwa kufungua nafasi za matumaini na furaha hata kama kila kitu kinaonekana kupotea. Kama watu hawa, sisi pia tunaombwa kuwa na imani isiyochoka katika utendaji wa Bwana kwa sababu Yule anayeahidi ni mwaminifu daima.

    Somo la pili linatoa mabishano makubwa: baadhi ya Wakristo wa Kiyahudi, ambao bado waliendelea kushikamana na mila zao za Kiyahudi, walitaka kuwalazimisha wapagani kutahiriwa kama wao. Kwa sababu hii Paulo anasema kwamba tukihukumu hivyo tunaufanya msalaba wa Kristo kuwa bure. Kwa njia ya msalaba Kristo alishinda kifo nao ulimwengu wa kale pia ulisulubiwa! Sisi ni viumbe wapya. Ni jukumu letu kuishi kama wamefufuka, tukiacha tabia za zamani, mawazo ya zamani, kila kitu ambacho kinapingana na hali yetu mpya.

    Kifungu cha Injili kinatujulisha kwamba Yesu pamoja na mitume kumi na miwili tena aliita na kuwatuma watu wengine 72 ili kuinjilisha. Nambari hii, katika Agano la Kale ilikuwa ishara ya jumla ya mataifa na kumaanisha utume wa ulimwenguni kote, yaani, kuinjilisha sio tu kazi ya mapadre na watawa bali inahusisha kila mtu anayebatizwa. Yesu anawatuma wawili-wawili, akiweka uzoefu na uhusiano wa jumuiya kama rejeo la shughuli zao. Utume ni ahadi ambayo mtu achukua sio peke yake. Tunahitaji msaada wa jumuyia kwa mafanikio ya kazi yetu ya kuinjilisha.

    Wanafunzi wanapaswa wawe watu wa sala kama tukio la msingi, yaani, kama msingi unaodumisha jengo la kuwepo kwao. Ni lazima wafahamu kwamba mavuno yana bwana wake, yaani Baba mwema na mkarimu, ambaye anajua mahitaji ya watoto wake kabla ya amwombe chochote. Akitumia neno mavuno, Yesu anataja umuhimu wa kuthamini kila mahali tunapofika kwa sababu Roho Mtakatifu ametutangulia kwa mbegu za Neno la milele. Kwa hiyo, mtu hatoki nje ya bustani yake kuelekea jangwani mwa wengine, bali aenda kutoka bustani moja hadi nyingine.

    Mungu hahitaji maombi yetu; ni sisi tunaohitaji kuomba kwa sababu tunapoomba tunakua katika ufahamu wa kuwa watoto na wanafunzi wanaopendwa sana; tunakuwa vile tulivyo kwa wito. Wanafunzi ni kama wana-kondoo katikati ya mbwa-mwitu, kwa sababu wameitwa kumwilisha utambulisho wa Mwana-Kondoo wa kweli, Yeye anayeondoa dhambi za ulimwengu kwa sababu anaweza kutoa maisha yake kwa ajili ya rafiki zake. Ni katika utambulisho huu - wa upendo, wa kujitolea - kwamba maisha yao yanapata maana yake ya kweli. Kuinjilisha ni kujitolea.

    Miongoni mwa mahangaiko ya Yesu pia kuna tatizo la miliki ambayo tunaitegemea sana kwa ajili ya kufanya baadhi ya shughuli. Yesu anatuomba busara, unyenyekevu, kujitenga na usalama hio wa uwongo ambao mara nyingi zinaelekea kuchukua nafasi ya Mungu maishani mwetu. Amini kwa Riziki takatifu ya Mungu ni tabia ya msingi ya mmisionari wa kweli na inakuwa tangazo la kinabii la upendo na utunzaji wa Mungu kwa watoto wake. Kuishi katika wingi wa mali kunahatarisha uaminifu wa ujumbe tunaotangaza kwa kuwa kikwazo kwa imani ya wengine.

     Wanafunzi wanarudi wakiwa wamejawa na furaha kwa sababu walipata mafanikio katika utume, hasa kuelekea pepo waliojisalimisha kwao kwa sababu ya jina la Yesu. Lakini bwana aliwaomba wawe macho kwa aina hii ya furaha inayoweza kutudanganya. Furaha ya kweli haitokani na mafanikio kwa kazi iliyofanywa au kuwa maarufu katika ulimwengu huu. Utukufu wa dunia hii hudumu sana. Furaha ya kweli ni kukaribishwa na Baba kama watoto wapendwa na kushiriki katika utume wa Mwana, kwa kupokea uhai wake mwenyewe. Tuweze kupata kufanana na maisha ya Yule ambaye tumeitwa kumtangaza kwa maisha kabla kwa maneno.


Fr Ndega

sexta-feira, 1 de julho de 2022

THE JOY THAT DOES NOT DISAPPOINT

 

Reflection starting from Is 66: 10-14; Gal 6: 14-18; Lk 10: 1-12




     What summarizes the message of these texts is the certainty that we are not only on a mission but that we are also a mission on this earth. It is not our merit but pure gratuitousness of the one who called and sent us for our salvation and that of others. To be a missionary is to be called to joy and it is conditioned by fidelity to the faithful God. “He wants to mould the heart of his Son in us” and for this he wants us to be available and generous.

    Using motherly language, Isaiah makes an invitation to joy because of what the Lord is about to accomplish in the life of his people. The constant presence of God among his people overcomes moments of discomfort and disappointment by opening up spaces for hope and joy even if everything seems lost. Like this people, we too are asked to have tireless trust in the Lord's action because the One who promises is always faithful.

    The second reading presents a great controversy: some Judeo-Christians, who still remained tied to their Jewish traditions, wanted to force the pagans to be circumcised like them. For this reason, Paul says that if we consider thus we make the cross of Christ useless. Through the cross Christ conquered death and the old world was also crucified! We are new creatures. It is our turn            to live as resurrected ones, abandoning the old attitudes, the old mentality, everything that contradicts our new condition.

    The Gospel passage speaks us that Jesus in addition to the apostles calls and sends another 72 people to evangelize. This number, in the Old Testament was a symbol of the totality of nations and indicates the universality of the mission, that is, evangelization is not only the task of priests and sisters (nuns) but involves everyone. Jesus sends them two by two, placing community experience and relationship at the center of their activity. Mission is a commitment that one cannot carry on alone. We need community support for the success of our mission.

    The disciples must be people of prayer as a founding experience, that is, as the basis that maintains the edifice of their existence. They must be aware that the harvest has his owner, that is a good and generous Father, who knows the needs of his children before they ask him for anything. Using the word harvest, Jesus mentions the importance of recognising the values of every place where we arrive because the Holy Spirit has preceded us with the seeds of the eternal Word. So, you don't go out of a garden towards a desert, but from one garden to another.

    God doesn't need our prayer; it is we who need to pray because when we pray we grow in the awareness of being much loved children and disciples; we become what we already are by vocation. The disciples are like lambs in the midst of wolves, because they are called to embody the logic of the true Lamb, the One who takes away the sins of the world because he is able to give his own life for his friends. It is in this logic - of love, of self-giving - that their life finds its true meaning.

    Among the concerns of Jesus there is also the problem of material things in which we trust so much for the realization of some activities. Jesus asks us for prudence, sobriety, detachment from these false securities which at times overshadow Providence, that is, they tend to occupy the place in our life that belongs to God. Confident abandonment to Providence must be the distinctive  of the true disciple -missionary and becomes a prophetic announcement of God's love and care for his children. Living in superabundance jeopardizes the credibility of the message we carry by being an obstacle to the faith of others.

     The disciples returned full of joy because they have been successful in the mission, especially towards the demons who have submitted to them because of the name of Jesus. But the master calls attention to this kind of joy that can delude us. True joy does not come from success for a work done or for becoming famous and popular in this world. The glory of this world is always fleeting. True joy consists in being welcomed by the Father as beloved children and participating in the mission of the Son, sharing his own life. May we be conformed to life of the one who we are called to announce with our life and also with our words.


Fr Ndega

LA GIOIA CHE NON DELUDE

 

Riflessione a partire di Is 66, 10-14; Gal 6, 14-18; Lc 10, 1-12


 

    Quello che riassume il messaggio di questi testi è la certezza che non solo stiamo in missione ma che siamo anche una missione su questa terra. Non è merito nostro ma pura gratuità di colui che ci ha chiamati ed inviati per la salvezza nostra e altrui. Essere missionario è essere chiamato alla gioia, condizionata dalla fedeltà al Dio fedele. “Egli vuole plasmare in noi il cuore del suo Figlio” e per questo ci vuole disponibili e generosi.

    Usando un linguaggio materno, Isaia fa un invito alla gioia a motivo di quello che il Signore sta per compiere nella vita del suo popolo. La presenza costante di Dio in mezzo al suo popolo fa superare i momenti di disagio e delusione aprendo spazi alla speranza e alla gioia anche se tutto sembra perduto. Come a questo popolo, anche a noi viene chiesta una instancabile fiducia nell’azione del Signore, perché è sempre fedele Colui che promette.

    La seconda lettura presenta una grande polemica: alcuni giudeo-cristiani, che rimanevano ancora legati alle loro tradizioni giudaiche, volevano costringere i pagani ad essere circoncisi come loro. Per questo motivo Paolo dice che se giudichiamo in questo modo, rendiamo vana la croce di Cristo. Tramite la croce, Cristo ha vinto la morte e anche il mondo vecchio è stato crocifisso! Siamo creature nuove. Tocca a noi vivere da risorti, abbandonando i vecchi atteggiamenti, la vecchia mentalità, tutto ciò che contraddice la nostra nuova condizione.

Il brano del Vangelo ci presenta Gesù che oltre gli apostoli chiama ed invia altre 72 persone ad evangelizzare. Questo numero, nell’Antico Testamento era simbolo della totalità delle nazioni e indica l’universalità della missione, cioè, l’evangelizzazione non è compito solo dei preti e suore ma coinvolge tutti. Gesù li manda a due a due mettendo al centro della loro attività l’esperienza comunitaria, la relazione. La missione è un impegno che non si assume da soli. Abbiamo bisogno del supporto comunitario per l’esito della nostra missione.

I discepoli devono essere persone di preghiera come esperienza fondante, cioè, come base che mantiene l’edificio della loro esistenza. Devono essere consapevoli che la messe ha il suo padrone, un Padre buono e generoso, che sa dei bisogni dei suoi figli prima che gli chiedano qualcosa. Usando la parola “messe” Gesù accenna all’importanza di valorizzare ogni luogo dove si arriva poiché ci ha preceduto lo Spirito Santo con i semi della Parola eterna. Quindi, non si esce da un giardino verso un deserto, ma da un giardino all’altro. “Messe vuol dire terreno fertile”.

Dio non ha bisogno della nostra preghiera; siamo noi che abbiamo bisogno di pregare poiché quando preghiamo cresciamo nella consapevolezza di essere figli e discepoli molto amati; diventiamo quello che già siamo per vocazione. I discepoli sono come agnelli in mezzo a lupi, perché sono chiamati a incarnare la logica del vero Agnello, Colui che toglie i peccati del mondo perché è in grado di donare la propria vita per i suoi amici. È in questa logica – dell’amore, del dono di sé - che la loro vita trova il suo vero senso. Missione è darsi, è donarsi.

Tra le preoccupazioni di Gesù c’è anche il problema delle cose materiali di cui ci fidiamo tanto per la realizzazione di alcune attività. Gesù ci chiede prudenza, sobrietà, distacco nei confronti di queste false sicurezze che a volte fanno ombra alla Provvidenza, cioè, tendono a occupare nella nostra vita il posto che appartiene a Dio. L’abbandono fiducioso alla Provvidenza deve essere il distintivo del vero discepolo-missionario e diventa un annuncio profetico dell’amore e della cura di Dio per i suoi figli. Vivere in sovrabbondanza mette a rischio la credibilità del messaggio che portiamo essendo ostacolo alla fede altrui.

 I discepoli tornano pieni di gioia perché hanno avuto successo nella missione, specie nei confronti dei demoni che si sono sottomessi a loro a motivo del nome di Gesù. Ma il maestro chiede attenzione riguardo questo tipo di gioia che ci può illudere. La vera gioia non viene dal successo per un’opera fatta o per il diventare famosi e popolari in questo mondo. La gloria di questo mondo è sempre passeggera. La vera gioia consiste nell’essere accolti dal Padre come figli amati e partecipare alla missione del Figlio, condividendo la sua stessa vita. Che possiamo essere conformati alla vita di colui che siamo chiamati ad annunciare con la vita ancor prima che con le parole.  


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi