segunda-feira, 30 de março de 2026

LA SOLIDARIETÀ DELL’UOMO DIO

 

Riflessione su Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66




 

Siamo ormai entrati nella settimana più importante dell’anno per le Comunità cristiane, vale a dire, la Settimana Santa oppure Settimana della Passione. Infatti, si tratta della settimana che mette insieme gli avvenimenti centrali della nostra fede, narrando con molto simbolismo e profondità gli ultimi momenti di Gesù nella sua esistenza terrena e invitando a seguirlo passo dopo passo, lasciandoci rinnovare dal suo esempio di fedeltà e decisione.

Acclamato dalla gente, Egli entra trionfante in Gerusalemme per concludere la sua opera d’amore. E proprio perché è un’opera d’amore, viene su una cavalcatura umile, pieno di mitezza, indicando la via della vera vittoria. Gesù è consapevole di ciò che gli accadrà ma non si scoraggia. Al contrario, dimostra libertà di Figlio amato e mandato per salvare l’umanità. Andrà fino alle ultime conseguenze per la nostra salvezza, consapevole di essere questa la volontà del Padre. Quindi, la sua morte non è una fatalità ma il risultato di una missione profetica vissuta con fedeltà fino alla fine.  

La prima lettura ci porta il “terzo cantico” del servo del Signore. Secondo questo brano, il Servo vive la sua vocazione come un dono di Dio per dare nuova vita ai suoi fratelli e sorelle. A motivo della sua fedeltà, deve affrontare molte umiliazioni, rifiuti e sofferenze, ma non si scoraggia perché sa di essere sostenuto da Dio. In questo Servo, i cristiani vedono la figura dello stesso Gesù il quale non è solo un re acclamato, ma ‘Colui che regna consegnando sé stesso’. Il suo esempio ci motiva a rinnovare la fiducia nell’aiuto di Dio anche ‘quando l’oscurità sembra avere l’ultima parola’.

Secondo l’apostolo Paolo, il Figlio di Dio, nella sua identificazione con la condizione umana, si umilia, accetta di essere maltrattato e ucciso a motivo della sua fedeltà a Dio. La sua fiducia filiale in Dio è la ragione per la sua fedeltà. Nell’umiliazione ha trovato la via per la sua glorificazione. Il cammino di umiltà, dei piccoli gesti e l’opzione per ciò che non conta, cioè, che è più insignificante nella società sono segni autentici che identificano coloro che continuano la sua opera. Infatti, i misteri del Regno non sono rivelati ai potenti ma ai piccoli e umili.

Secondo il racconto di Matteo, Gesù considera che il suo arresto, la sua passione e la sua morte saranno motivo di scandalo per i suoi discepoli, poiché loro avevano ancora la mentalità di un messia trionfalista e Gesù lo sapeva bene. Tuttavia egli continua il discorso parlando della risurrezione e dell’incontro che avrà poi con loro, là dove tutto è cominciato, cioè, in Galilea. Per Gesù non c’è più grande espressione di amore che quella di dare la vita per i suoi amici, anche se, se sono scappati via, lasciandolo da solo: “Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”.

Come vero uomo, Gesù sente il dolore dell’abbandono dei compagni, degli oltraggi, dei peccati dell’umanità. Tutto in torno a sé sembrava andare contro di lui, portandolo a pregare il salmo: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Però, la sua fiducia rinnovata nel Getsemani non lo lascia perdere la speranza nell’aiuto del Padre il quale non l’ha mai abbandonato. Gesù è stato eloquente anche durante la sua morte perché non muore come un disperato, ma affidandosi. Nel momento in cui tutto sembra essere stato inutile, ecco la grande professione di fede, dalla bocca di chi meno ci si immaginava, vale a dire, un centurione romano: “Davvero costui era Figlio di Dio”.

Il mistero della passione e morte di Gesù non ha come primo riferimento il dolore e la sofferenza che egli ha vissuto, ma il suo grande amore fino alla fine. Attraverso di esso ha fatto propri i nostri dolori e le nostre sofferenze portandoli su di sé nella sua croce. Egli continua a soffrire in noi quando sperimentiamo il dolore e le prove nel nostro cammino e ci dice come ai primi discepoli: “Rallegratevi ed esultate…”, non a causa della sofferenza in sé stessa ma perché Egli soffre con noi e per noi affinché possiamo sperimentare la sua gioia. La risposta del Padre con la risurrezione del Figlio è la prova concreta che un amore così non andrà mai perduto. Quindi, c’è il dolore ma è redento. Diceva San Giovanni Paolo II: “Non si può capire il dolore umano, se non nel contesto di una felicità perduta; e non ha senso il dolore, se non in vista di una felicità promessa”.


Fr Ndega

Revisione dell'italiano: Giusi

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